Industria del bianco: Italia rischia di perdere un altro pezzo

Made in Italy addio. Se modello resiste è solo grazie a moda "vintage". Azienda It wash è l'ultimo presidio italiano del settore.

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elettrodomestici e industria del bianco in Italia

L’industria del bianco è in forte trasformazione, con la mappa produttiva che attraversa una fase di mutamento. Così l’Italia rischia di perdere un altro pezzo di industria.

La mappa produttiva, per ragioni strutturali, legate al costo del lavoro ed alla bassa produttività (per avere un dato di confronto con l’andamento del mercato, le aziende ceche hanno 20 punti produttività in più rispetto a quelle italiane, mentre quelle spagnole ne vantano addirittura 27 in più) ha subìto e sta subendo una forte metamorfosi (per capire il calcolo: posta al livello 100 la produttività degli stabilimenti italiani, quelli tedeschi si posizionano a 106, quelli cechi a 120 e quelli spagnoli a 127.

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Per calcolare questo indice si depura il costo del lavoro e si determina la miscela tra efficienza e metodo di lavoro, tra organizzazione e componente tecnologica della fabbrica); volendo spostare il mirino sull’Italia, vediamo che nel 2002 il Bel Paese produceva 30 milioni di lavatrici mentre oggi ne produce meno di dieci milioni.

Fino agli anni ’90, addirittura il 45% degli elettrodomestici europei veniva prodotto in Italia, facendo del settore del bianco uno dei pilastri industriali dell’economia tricolore insieme al mercato dell’auto, della chimica e della meccanica.

Un’analisi comprendente 18 stabilimenti (sette italiani, cinque tedeschi, quattro spagnoli e due della Repubblica Ceca) svolta dalla “Fondazione Ergo” per “Il Sole 24 Ore”, riporta quanto di seguito:

“il settore del bianco risulta essere meno plasmabile per opera dei cambiamenti della modernità rispetto a quanto non sia, ad esempio, l’automotive industry. I modelli organizzativi, le nuove forme di logistica, l’incremento della componente di servizi e la trasformazione degli elettrodomestici in oggetti intelligenti non hanno cambiato la sua regola essenziale: il costo del lavoro è fondamentale, perché la componente manuale nelle linee di montaggio è preponderante. Oggi, o meglio negli ultimi trent’anni, è ed è stato così”.

La disamina del responsabile del bianco per la Uilm, Gianluca Ficco, è sintetica ma tocca il nocciolo della questione, ovvero la moneta:

“L’industria del bianco italiana è sottoposta, da almeno venti anni, a pressioni molto intense. Fino agli anni ‘90 le nostre imprese si sono avvantaggiate della svalutazione competitiva della lira. Poi, negli anni Duemila sono diventate competitive le fabbriche dei Paesi dell’Est. La Polonia, e l’allora Cecoslovacchia, sono diventate la periferia industriale della Germania. Non solo con un costo del lavoro molto basso, ma anche con monete nazionali deboli, svalutabili rispetto all’euro. Esattamente come capitava, a noi, ai tempi della lira”.

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Lo scenario attuale vede l’Electrolux impegnata in un upgrading strategico sullo stabilimento di Susegana, mentre la cinese Haier e l’americana Whirlpool hanno acquisito rispettivamente le italiane Candy ed Indesit.

In un mercato che rimane dunque sospeso diventa quindi facile capire che – come sostiene Gabriele Caragnano di Fondazione Ergo –  “la forza di una fabbrica rispetto alla debolezza di un’altra è fatta tutta di lavoro e di linee produttive strizzate come limoni”.

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Il mercato non riesce a trovare un punto di rimodulazione tra il costo del lavoro, che rimane determinante, e un’innovazione che non riesce a prendere concretezza, dato che l’immateriale organizzativo e tecnologico non è ancora penetrato negli stabilimenti.

Il successo degli stabilimenti spagnoli e cechi deriva infatti in gran parte dalla deregolamentazione e dalla desindacalizzazione degli impianti, che producono una forma di produttività con un’intonazione brutale e primitiva.

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Tutto questo fa del mercato del bianco un settore in cui l’essenza manifatturiera si caratterizza nel lavoro di montaggio fatto a mano, tanto più è “selvaggio” e tanto più si alza la produttività.

Continua Caragnano:

“Il costo per ora produttiva lavorata è fatto in parte di salario nominale ma è fatto anche di miglioramenti organizzativi e di innovazioni tecnologiche che oggi sono più sulla carta che nella realtà. Come Fondazione Ergo abbiamo calcolato che il costo per ora produttiva lavorata, nel nostro Paese, potrebbe tranquillamente scendere da 50,7 euro a 39,2 euro”.

Si parla dunque di stabilimenti da riconvertire, per i quali però occorrono dosi massicce di innovazione e volontà da parte delle proprietà di investire in questo senso. Il rischio, per la nostra penisola, è quello di perdere un altro pezzo di industria.

Altro problema del settore, è la nuova tassa europea sulla plastica che potrebbe toccare alcune componenti dei prodotti o rimodulare ulteriormente il mercato (aziende particolarmente colpite dalle tasse potrebbero pensare di riconvertire il target e produrre nel segmento del bianco). Questo problema va ad aggiungersi a quello già esistente legato alla poca economia circolare che caratterizza lavatrici e frigoriferi: solo il 39% di questi viene riciclato.

Industria del bianco: un modello che ancora resiste

Di contro, c’è un modello che resiste. Volendo, lo si potrebbe legare al design o alle tradizioni. Migliaia di clienti, infatti, continuano chiedere la vecchia tradizionale manopola rispetto ai sistemi super digitali.

Questa tendenza vintage fa sì che l’azienda It wash sia forse l’ultimo presidio italiano del bianco. I numeri derivanti dalla fiera Ifa di Berlino (la più importante in Europa per gli elettrodomestici), infatti, sembrano darle ragione rispetto alla concorrenza che offriva anche tecnologie a comandi vocali.

It wash punta sull’ibrido, di cui è l’attuale unico produttore in Europa, creando un mercato di nicchia per resistere ai grandi gruppi precedentemente citati.

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L’azienda, nata nel 2003 grazie ad Elia Izzo e Ciro Tarallo (che vantavano un’esperienza trentennale come fornitori di componentistica per proprio le principali realtà del bianco), ha acquistato nel 2010 la San Giorgio ed opera Acerra, dove ha uno stabilimento di circa 250 dipendenti e produce in autonomia quasi tutti i componenti che le servono.

Proprio da Acerra, invece, se ne sta per andare la Whirlpool, che ha dichiarato di voler chiudere lo stabilimento e la volontà sembra quella di trasferire la produzione Slovacchia e Polonia.

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2 commenti

  1. peter pan

      

    Ciao carissimo elmoamf, grazie dei tuoi interventi mirati. Normal è rinomatamente conosciuto come insignito dell’ordine dei gran lec**culato di lucchesia (tipo Fantozzi in un celebre film ormai da cineteca), però ha ottenuto il grande risultato di riaccalappiarti e questo non può che farci piacere.
    Alla tua domanda rispondo con notevole orgoglio che, sì che il made in Italy esiste ancora; VIVA LA NUTELLA!!!!! Fintanto che non riusciranno a creare la Nutellesan oppure il signor Ferrero scoprirà che, ciurlando nel manico si possono pagare meno tasse trasferendo le noccioline da Cuneo a Vladivostockasso. Avremmo anche Campari, però lì è meglio non parlarne altrimenti i politici impegnati ci taccerebbero di incitamento all’alcolismo…
    Ciao elmo e a tutti gli amici del sito, vi auguro un buon fine settimana. 

    Originariamente inviato da Elmoamf: Non è e non si tratta solo dell’industria del bianco… è il sistema paese, come accade ormai da decenni ad ogni latitudine, che è crollato!“Il “caso” Magneti Marelli ultimo della serie: i marchi di eccellenza italiani non sono quasi mai di proprietà italiana. Il Made in Italy esiste ancora?” Un saluto,   Elmoamf

     

  2. Elmoamf

      

    Non è e non si tratta solo dell’industria del bianco… è il sistema paese, come accade ormai da decenni ad ogni latitudine, che è crollato!“Il “caso” Magneti Marelli ultimo della serie: i marchi di eccellenza italiani non sono quasi mai di proprietà italiana. Il Made in Italy esiste ancora?”
    Un saluto,
     
    Elmoamf