Matolcsy: “L’euro è una trappola, serve procedura d’uscita”

Banca centrale ungherese: va creata procedura d'uscita. Ne parla Fabrizio Tringali, autore di “La trappola dell’euro”.

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euro banchiere centrale ungheria

Ancora una volta la moneta unica fa discutere. Dopo le critiche da sette premi Nobel per l’Economia, arrivano anche quelle del governatore della Banca centrale ungherese, Gyorgy Matolcsy. Il suo editoriale pubblicato sul Financial Times, infatti, definisce l’euro come “una trappola, un errore clamoroso”.

Scendendo più nel dettaglio, Matolcsy ritiene che il colpevole sia chi ha voluto creare una moneta comune europea che “alla prova dei fatti è risultata dannosa per tutti (o quasi) i Paesi d’Europa”.

Ciò che secondo il governatore della Banca centrale ungherese bisogna fare è creare con urgenza una procedura d’uscita dall’euro, ovvero delle regole che consentano ai Paesi di uscire dall’Eurozona.

Il banchiere ha poi continuato così la sua disamina:

“Creare una valuta comune non è stato affatto normale perché quasi nessuna delle condizioni preliminari necessarie era soddisfatta. L’idea di base può anche essere interessante, ma non nei termini in cui si è evoluta; Mancano infatti numerosi pilastri per consentire il successo di una moneta comune: uno Stato comune, appunto, un bilancio che copra almeno il 15-20% del pil totale dell’Eurozona, ma anche un ministro delle Finanze e perfino un apposito ministero per esercitare questo ruolo”.

Euro, trappola della Francia tesa alla Germania

Se, spontaneamente, ci si chiede quindi perché si sia voluta creare comunque la moneta unica, Matolcsy nel suo editoriale sostiene quanto di seguito:

“è stata una trappola della Francia. Quando la Germania si stava unendo, il presidente francese Mitterrand temeva il crescente potere tedesco; egli riteneva che sostituire il marco tedesco con una nuova moneta comune avrebbe scongiurato il sorgere di un’Europa guidata dalla Germania. Tralasciando il fatto che nel giro di qualche decennio sarebbe successo esattamente l’opposto, il cancelliere tedesco dell’epoca, Helmut Kohl, considerò la moneta unica come “il prezzo da pagare per una Germania unificata” e così, in poche parole, si lasciò convincere”.

Fu sempre la Francia, per idea di Chirac nel 1996, a volere “una moneta unica per controllare la Lira” (fonte: “la Repubblica” ).

Analizzate sinteticamente le cause, il governatore ungherese passa ad esporre le conseguenze:

“Il risultato? Una catastrofe, dal momento che adesso esiste una “Germania europea” e non “un’Europa tedesca”. Tutti sono caduti nella “trappola”, perfino i tedeschi, che approfittando di un tasso di cambio debole sono diventati i più forti esportatori del continente. Berlino è cresciuta, ma a un prezzo carissimo: “I tedeschi hanno trascurato di aggiornare le proprie infrastrutture e di investire adeguatamente nei settori in espansione. Hanno mancato la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire aziende globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer si sono prodotte in inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti”.

L’amaro addio di Kaiser Draghi, che lascia la BCE contestatissimo

Nelle ultime battute del suo editoriale, il banchiere conclude con un’analisi ed una proposta di soluzione:

“Si può affermare che la maggior parte dei Paesi europei ha avuto un andamento migliore prima dell’avvento della moneta unica che non dopo la sua entrata in vigore. I membri della Eurozona dovrebbero essere autorizzati ad uscire dall’area valutaria, e quelli rimanenti dovrebbero costruire una valuta globale più sostenibile”.

Tringali: “Si sapeva a cosa si andava incontro”

Prima di Matolcsy, ad aver usato questo specifico linguaggio è stato Fabrizio Tringali, scienziato politico e co-autore del libro che si intitola “La trappola dell’euro”, oltre che del blog ”Badiale&Tringali”, gestito a quattro mani con Marino Badiale, ordinario di matematica presso l’Università di Torino.

Dott. Tringali, Matolcsy sembra aver decisamente sposato la sua tesi, visto che usa precisamente la stessa parola per descrivere la moneta unica.

“Che l’euro sia stato una trappola è ormai un fatto assodato. Matolcsy incolpa principalmente la Francia, secondo me invece i veri esecutori della trappola sono da ricercare in modo trasversale nelle élite di tutti i Paesi europei, Italia compresa. Come abbiamo dimostrato nel nostro libro, gli effetti perversi di una unione monetaria europea erano arcinoti ben prima della nascita dell’euro.

Abbiamo citato testi universitari dei prima anni novanta, nei quali vengono spiegate a chiare lettere le ragioni per cui, con la moneta unica, i paesi mediterranei avrebbero perso la possibilità di determinare le proprie politiche economiche nazionali ed avrebbero inevitabilmente finito per avvitarsi nella spirale perversa dell’austerity.

Non credo quindi che vi siano Paesi che hanno teso la trappola, ed altri che vi sono caduti. I governanti degli Stati che hanno costruito l’euro sapevano perfettamente quello che stavano facendo. In trappola sono cadute le popolazioni, o meglio, quella larga parte di popolazione che si è via via sempre più impoverita, a vantaggio di una piccola fetta che invece ha guadagnato, e continua a guadagnare”.

L’euro non è irreversibile

Nei suoi venti anni di vita, l’euro ha prodotto sia vincitori, sia vinti. Ma i vantaggi sono sormontati dagli svantaggi, secondo Matolcsy. Per questa ragione bisogna provvedere a creare una procedura d’uscita al più presto. Lei ne conviene?

“Quel che ancora non è abbastanza chiaro, almeno in Italia, è che l’euro non è irreversibile, e che i costi dell’uscita sono nettamente inferiori a quelli della permanenza. In realtà la consapevolezza di questo, in Europa, sta aumentando, ma probabilmente non nel nostro paese.

Non è un caso, infatti, che articoli come quello di Matolcsy non abbiano eco nel nostro paese, nonostante l’autorevole testata che li ospita. I cittadini britannici possono interrogarsi, e anche dividersi, sull’opportunità di restare o meno nell’Unione Europea (non di entrare nell’euro, cosa che non farebbero mai). Agli italiani non è data questa possibilità. E nonostante le opinioni critiche verso euro e UE siano in aumento, sui media principali, non esiste un vero dibattito pubblico su questi temi”.

Dal suo punto di vista, come andranno le cose? Qualcosa cambierà o si dovrà arrivare ad un’implosione dell’attuale paradigma economico?

“In ogni caso è da registrare come positivo il fatto che un governatore di una Banca Centrale europea, seppur di un paese con propria moneta, scriva su un’autorevole testata come il FT un articolo per proporre di ragionare sulla definizione di strade di uscita controllata dalla moneta unica.

Il rischio, infatti, è che un nuovo eventuale shock porti la crisi a livelli insostenibili, e produca una rottura disordinata della moneta unica, che sarebbe molto più difficile da gestire.

Non so quanto Matolcsy verrà ascoltato. Probabilmente non molto.

Tuttavia occorre considerare che in Germania stanno aumentando le voci critiche verso le politiche della BCE, senza le quali l’euro sarebbe già un lontano (e triste) ricordo. Può darsi che queste critiche siano solo un modo per spingere il nuovo governatore Lagarde ad introdurre elementi di discontinuità rispetto a quanto fatto da Draghi. Ma può anche darsi che la Germania, alla lunga, trovandosi a dover scegliere fra accettare di rivedere le politiche di austerity e perdere la moneta unica, scelga per la seconda strada.

Difficile prevederlo. Quel che è certo è che per un Paese come l’Italia, il primo vero passo verso l’uscita dalla crisi sarà quello compiuto per uscire dalla trappola dell’euro”.

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