Cina, milioni di persone torturate nei gulag: il racconto di una sopravvissuta

Umani trattati come animali: sottoposti a esperimenti medici e torture. L'incredibile testimonianza di una donna che è riuscita a scappare.

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Cina gulag

In Cina un milione di persone della minoranza uigura viene sottoposto a supplizi, esperimenti umani e torture quotidianamente. Una donna che è riuscita a scappare da questi gulag “moderni” ha raccontato la sua storia in prima persona. Si tratta di una testimonianza incredibile.

Venti prigionieri vivono in una stanzetta minuscola, stretti come sardine, racconta al giornale israeliano Haaretz. Ai polsi hanno delle manette, mentre la testa è stata rasata. Ogni movimento viene monitorato da telecamere che pendono minacciose dal soffitto. Come bagno hanno a disposizione un secchio nell’angolo della stanza.

La routine quotidiana inizia alle 6 del mattino. I prigionieri devono imparare il mandarino, la lingua parlata dal 70% dei cinesi, memorizzando canzoni di propaganda e confessando peccati inventati. Ci sono persone di tutte le età, non mancano anziani e persino minorenni adolescenti. I pasti sono magri: solitamente ci si deve accontentare di una zuppa e di una fetta di pane.

Le torture – chiodi di metallo, unghie estratte, scosse elettriche – si svolgono nella “stanza buia”. La punizione è una costante del lavoro di “reinserimento” nella società. I prigionieri dei gulag sono costretti a prendere pillole e a farsi iniettare delle sostanze. È per prevenire le malattie, sostiene il personale del gulag. In realtà sono soggetti umani di esperimenti medici. Molti dei detenuti soffrono di declino cognitivo. Alcuni uomini diventano sterili. Le donne vengono regolarmente stuprate.

Questa è la vita nei “campi di rieducazione” della Cina, stando a quanto riportato in una delle rare testimonianze esistenti. Il racconto è quello di una donna, Sayragul Sauytbay. Un’insegnante che è riuscita a fuggire dalle prigioni della Cina e che ha poi ottenuto asilo in Svezia.

Donna gulag Cina
Quella dell’insegnante uigura Sayragul Sauytbay è una testimonianza incredibile dei “campi di rieducazione di Xinjian”g, gulag dove torture ed esperimenti umani sono all’ordine del giorno.

Cina, la testimonianza shock di un’insegnante prigioniera

Sono pochi i prigionieri che sono riusciti a scappare e raccontare la loro storia. La testimonianza di Sauytbay è ancora più straordinaria se si pensa che durante la sua incarcerazione è stata costretta a fare l’insegnante nel campo.

La Cina, che è alle prese con una guerra commerciale e una peste suina africana, non ha bisogno di cattiva pubblicità come questa. Il governo cerca dunque di “commercializzare” i campi nel mondo come luoghi di programmi rieducativi e di riqualificazione professionale. In questo senso, il ruolo di Sauytbay è fondamentale. È difatti una delle poche persone in grado di offrire testimonianze credibili e di prima mano su ciò che accade realmente nei campi.

L’autore dell’inchiesta, David Stavrou, ha incontrato Sauytbay tre volte, una volta in un incontro organizzato da un’associazione uigura svedese e due volte, dopo che ha accettato di raccontare la sua storia a Haaretz, in una serie di interviste di diverse ore che hanno avuto luogo a Stoccolma. Sauytbay parlava solo kazako e così le comunicazioni sono avvenute tramite una traduttrice. Ma era evidente, racconta Stavrou, “che parlava sinceramente, in modo credibile”. Secondo lui il resoconto può essere considerato attendibile.

Durante la maggior parte del tempo in cui i due hanno parlato, la donna “era composta, ma all’apice del suo racconto dell’orrore, le lacrime hanno iniziato a sprigionare nei suoi occhi”. Gran parte di ciò che ha detto ha corroborato testimonianze precedenti di prigionieri fuggiti in Occidente. La Svezia le ha concesso asilo politico perché, stando alla sua testimonianza, “l’estradizione in Cina l’avrebbe messa in pericolo di vita“.

Ha 43 anni ed è una musulmana di origine kazaka, cresciuta nella contea di Mongolküre, vicino al confine tra Cina e Kazakistan. Come centinaia di migliaia di altri, per lo più uiguri, una minoranza etnica turca, anche lei è stata vittima della repressione cinese delle mire indipendentiste nella provincia nord-occidentale dello Xinjiang.

Gulag con 1-2 milioni di prigionieri per sedare le rivolte

Un gran numero di “campi di rieducazione” è stato istituito in quella regione negli ultimi due anni, come parte della lotta del regime contro ciò che esso definisce i “tre grandi mali”: terrorismo, separatismo ed estremismo. Secondo le stime occidentali, tra uno e due milioni di abitanti della provincia sono stati incarcerati nei campi durante la campagna di oppressione di Pechino.

Da giovane, Sauytbay ha completato gli studi di medicina e ha lavorato in ospedale. Successivamente si è dedicata all’istruzione ed è stata assunta al servizio dello Stato, responsabile di cinque scuole materne. Anche se si trovava in una buona situazione, con il marito programmava da anni di lasciare la Cina con i due figli, per trasferirsi nel vicino Kazakistan.

Ma il piano ha subito dei ritardi e nel 2014 le autorità hanno iniziato a raccogliere i passaporti dei funzionari pubblici, tra cui Sauytbay. Due anni dopo, poco prima del sequestro dei passaporti di tutta la popolazione, suo marito è riuscito a lasciare il paese con i figli. Sauytbay sperava di raggiungerli in Kazakistan una volta ricevuto il visto d’uscita. Ma il documento non è mai arrivato.

“Alla fine del 2016, la polizia ha iniziato ad arrestare le persone di notte, segretamente”, racconta Sauytbay. “Era un periodo di incertezza sociale e politica. Le telecamere sono apparse in ogni spazio pubblico. Le forze di sicurezza hanno intensificato la loro presenza”.

Ad un certo punto, continua la donna, “sono stati prelevati campioni di DNA da tutti i membri delle minoranze della regione e le nostre schede SIM telefoniche sono state prese da noi. Un giorno siamo stati invitati a una riunione di alti funzionari. C’erano forse 180 persone, impiegati in ospedali e scuole. I poliziotti, leggendo un documento, hanno annunciato l’imminente apertura di centri di rieducazione per la popolazione, al fine di stabilizzare la situazione nella regione”.

Quando parlavano di “stabilizzazione” della regione, le autorità cinesi si riferivano a quella che percepivano come una prolungata lotta separatista condotta dalla minoranza uigura. Gli attacchi terroristici sono stati perpetrati nella provincia già negli Anni 90 e nei primi Anni 2000. Dopo una serie di attentati suicidi tra il 2014 e il 2016, Pechino ha lanciato una politica dura e senza esclusione di colpi per sedare le rivolte.

Il problema, chiaramente, è come è avvenuto e avviene tuttora, la campagna di “rieducazione” della minoranza uigura. Senza un giusto processo e con atti che violano i diritti umani delle persone. E dire che la Cina da qualche tempo sta cercando di rifarsi l’immagine con un lavoro certosino di diplomazia internazionale.

Cina sta riuscendo a imporre i suoi valori all’Onu

Approfittando anche del vuoto lasciato dagli Stati Uniti trumpiani, la Cina si presenta ormai alle Nazioni Unite come un nuovo campione dei diritti dell’uomo. Se ci si basa sulle testimonianze di chi ha vissuto nei gulag, la realtà è ben diversa da quella dipinta da Pechino all’Onu, tuttavia.

“Nel gennaio 2017 hanno iniziato a puntare persone che avevano parenti all’estero”, dice Sauytbay. “Sono venuti a casa mia di notte, mi hanno messo un sacco nero in testa e mi hanno portato in un posto che sembrava una prigione”.

“Sono stata interrogata da agenti di polizia. Volevano sapere dov’erano mio marito e i miei figli e perché erano andati in Kazakistan. Alla fine dell’interrogatorio mi è stato ordinato di dire a mio marito di tornare a casa e mi è stato proibito di parlare dell’interrogatorio”. Il resto della storia lo conosciamo.

Secondo stime attendibili dell’Onu, su una popolazione di 11 milioni uiguri, almeno un milione è finito in prigione.

In una presentazione fatta di recente all’Onu sui “gulag”, sono state mostrate 84 foto. Ritraevano persone sorridenti, abitanti dei villaggi intenti a suonare strumenti musicali, bambini che si divertono su uno scivolo, donne al lavoro per la stagione della raccolta, uomini che studiano il mandarino in un “centro di insegnamento e di istruzione”.

La mostra, intitolata «Sviluppo e progresso dei diritti dell’uomo nella regione autonoma uigura di Xinjiang in Cina» si è svolta nel Palazzo dell’Onu di Ginevra a marzo di quest’anno. Nello stesso momento, il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha passato sotto esame il rispetto dei diritti in Cina. Un appuntamento quinquennale riservato a ciascun paese membro. Lo Stato presenta il suo bilancio e ascolta i commenti e i consigli di parti terze provenienti dalla società civile.

Trent’anni dopo la repressione di Piazza Tiananmen, Pechino non intende solamente mettere a tacere le critiche subite all’Onu sulle presunte violazioni dei diritti umani, ma vuole imporre i propri valori al mondo. E in certi casi ci sta pure riuscendo.

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