Stati Uniti, 18 super-miliardari: «Tassate noi che siamo ricchi»

C'è anche Soros. Un prelievo più equo rafforza la democrazia e ferma il declino delle classi medie, carburante per i populismi.

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“Tassate noi che i soldi ce li abbiamo”. Diciotto super-miliardari americani si appellano al mondo politico chiedendo una tassazione meno distratta sulle grandi ricchezze. Il più noto nel gruppo è il finanziere di origine ungherese George Soros (bestia nera del premier magiaro Victor Orban e non di rado nel mirino anche della destra italiana). Insieme a lui, tra gli altri, il co-fondatore di Facebook, Chris Hughes, la regista Abigail Disney, nipote del co-fondatore della Disney e Liesel Simmons, della famiglia proprietaria della catena di hotel Hyatt.

“Chiediamo ­– hanno scritto questi Paperoni un po’ meno avari dell’originale – una moderata tassazione sul benessere per i più ricchi, che rappresentano l’uno per cento della popolazione. I dollari delle future tasse dovrebbero arrivare dalle nostre dichiarazioni dei redditi, non da quelle della classe media e con i redditi più bassi”.

Secondo una recente analisi della Federal Reserve, la banca centrale Usa, negli ultimi trent’anni il patrimonio dell’uno per cento degli americani è cresciuto di 21 mila miliardi di dollari (per avere un termine di paragone il Pil dell’Italia e di circa 2.000 miliardi di dollari) mentre quello della metà meno abbiente del Paese è sceso di 900 miliardi. Nel 2019 lo 0,1% più ricco degli States pagherà il 3,2% della sua ricchezza in tasse, mentre il rimanente 99% degli americani verserà in media il 7,2% delle proprie, ricordano i 18 miliardari rilanciando una tematica propria negli anni passati delle protesta popolare di “Occupy Wall Street” ma che ha fatto breccia anche in parte delle elite. Già nel 2011 infatti il miliardario Warren Buffett aveva denunciato come la tassazione sui suoi redditi fosse più bassa rispetto a quello della sua segretaria e delle persone che lavoravano alle sue dirette dipendenze. Si tratta del risultato di un progressiva detassazione delle ricchezze che in America ha assunto connotati chiaramente regressivi, come si definisce il fisco quando il prelievo si riduce in percentuale al crescere della ricchezza.

Lo stesso Buffett è stato il fondatore nel 2010 insieme a Bill Gates (Microsoft) dell’organizzazione “The Giving Pledge” che impegna i suoi facoltosissimi aderenti a donare in eredità almeno la metà del proprio patrimonio. La lettera di Soros e Hughes va oltre l’impostazione volontaristica filantropica e chiede un intervento regolatore dello Stato. E’ rivolta a tutti i candidati presidenziali e in particolare alla senatrice democratica Elizabeth Warren (nella foto), che ha proposto una tassa ai ricchi con più di 50 milioni in asset, inclusi opere d’arte, auto di lusso, yacht e titoli. Una tassa che secondo Warren, porterebbe un gettito di duemila e 750 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni.

L’intento dei super-miliardari non è solo quello di un maggiore equità fiscale e magari, direbbero i maligni, di un mezzo per sgravarsi la coscienza. Nella petizione sottoscritta si legge infatti che l’imposta sui più ricchi è “patriottica” perché “rafforzerebbe la libertà e la democrazia americana” con l’effetto politico di ridurre le disuguaglianze e la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi. Da questione etica ed economica, l’aggravarsi delle disparità è diventato sempre più dopo la crisi del 2008 anche un tema politico perché l’indebolimento delle classi medie è considerato un carburante per populismi ed estremismi e in prospettiva una minaccia per i sistemi liberal-democratici. Anche in Europa e in Italia, dove squilibri, pur se meno gravi degli Usa, si stanno a loro volta allargando.

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