Prepping: manuale su come prepararsi (e sopravvivere) all’Apocalisse globale

Max Mad, Terminator, H. G. Wells e la sua Guerra nell’aria, Will Smith di Io sono leggenda, Survivors con Robin Williams, L’ombra dello scorpione di Stephen King, fino …

4333 0
4333 0

Max Mad, Terminator, H. G. Wells e la sua Guerra nell’aria, Will Smith di Io sono leggenda, Survivors con Robin Williams, L’ombra dello scorpione di Stephen King, fino alla serie Walking Dead e cento altri: quante volte il mondo è andato perduto e noi siamo sopravvissuti. Vive nell’abisso del nostro inconscio la catastrofe finale, insieme con l’idea che attraverso indicibili sofferenze qualcuno ce la farà. Non sono due scampati anche Adamo ed Eva?

Nel nostro mondo che trasforma qualsiasi impulso in piano strutturato, la spinta a sopravvivere è andata oltre alla recente disciplina del survival, per diventare il prepping: l’arte di prepararsi all’apocalisse, dal verbo inglese «prepare», preparare. Specialmente diffusa negli Stati Uniti dove le condizioni geografiche e climatiche favoriscono l’abitudine di accumulare scorte, la pratica ha preso piede anche da noi. Tanto che una casa editrice di manuali seri come la Hoepli ha appena pubblicato un libro sull’argomento, scritto dal survivalista Enzo Maolucci e dall’antropologo Alberto Salza: Prepping (pp 256 € 24,90).

Il volume ha molte chiavi di lettura, dal più scrupoloso al più delirante, ma ha il pregio di un utilizzo elastico. Può infatti aiutare chi vuole prepararsi alla prova terribile di un collasso socio-economico (le banche che si mangiano i soldi…) di guerre e terrorismo, di catastrofi naturali, contaminazioni radioattive o chimiche, pandemie batteriologiche o virali. Ma può anche giovare a menti disordinate perché insegna, in ogni caso, a organizzare la propria vita.

Il testo ha un tono fin troppo assertivo, con miriadi di classificazioni di ogni aspetto del problema, che gli autori, talvolta con giustificato cinismo talvolta con ironia, finalizzano sempre all’utilizzo operativo. E’ interessante come l’identikit del prepper indichi che gli adepti appartengono generalmente alla classe media: i poveri fanno già un loro involontario survival e i ricchi s’illudono che la ricchezza alla fine farà la differenza, come è sempre successo. Con l’eccezione di alcuni nababbi stravaganti, come quelli a cui è destinato l’opulento rifugio antiatomico che l’americana Bastion Holdings vende per 17,5 milioni di dollari vicino a Savannah, in Georgia.

Al di là delle scorte, quali cibi e quali medicine mettere da parte, quali attrezzi avere a portata di mano, la parte pratica della guida si sovrappone parzialmente ai manuali militari. Muoversi in una metropoli disastrata può infatti richiedere le stesse precauzioni usate da un Marine in un’operazione di contro guerriglia urbana. C’è persino una sezione dedicata alle tecniche per sfuggire ai droni, gli aerei senza pilota ben noti ai mujaheddin afghani.

A differenza del survivalista puro, il prepper ha una certa dose di coscienza sociale: la salvezza migliore è quella di gruppo, perché insieme si è più forti. Spiega il vademecum: «Il prepping non è un’attività solitaria per due ragioni: a) al contrario della permanenza immediata si propone la permanenza in vita dell’individuo durante la catastrofe e la persistenza di un gruppo umano per la successiva ricostruzione; b) la quantità e la qualità di conoscenze necessarie per la preparazione, la gestione e il superamento del disastro oltrepassano le potenzialità di una persona sola».

Nafeez Ahmad, giornalista d’inchiesta britannico ed esperto di prepping ha fatto il consulente per il recente videogame della Ubisoft Tom Clancy’s The Division ambientato in una New York distrutta. Lo scorso febbraio, durante un’intervista al «Guardian», ha fornito una breve guida per sopravvivere alle catastrofi. «Ci sono molte ragioni di essere scettici sui prepper – dice Nafeez Ahmad – ma molte meno di essere scettici sui rischi che li motivano. Le istituzioni sono colpevolmente impreparate a rispondere ai cataclismi. Così il prepper cerca di colmare questa lacuna a livello individuale. Tutto ciò va benissimo ma non significa che questa sia la risposta, è semplicemente una reazione al fallimento dello status quo. Il prepper deve andare al di là dell’individualismo auto-centrato: gli esseri umani come specie sono sopravissuti e hanno prosperato grazie alla comunità e alla società».

Scientific American ha dedicato un articolo alle aspettative apocalittiche scatenate nel 2012 dalle predizioni (mancate) del calendario Maya. Paradossalmente, sapere che in un determinato periodo ci sarà la fine del mondo per molti è rassicurante. Secondo Shmuel Lissek, neuroscienziato dell’università del Minnesota, riempiendo di scatolette il suo bunker il prepper s’impegna in un comportamento orientato verso un obiettivo, cioè in una valida terapia psicologica in tempi di angoscia.

Sopravvivere dunque, ma perché? Non è detto che valga la pena di vivere in un mondo sfigurato e irriconoscibile, popolato da strani esseri che vivono come anacoreti predatori. L’antiprepper per eccellenza è la Sibilla di Cuma di cui racconta Petronio nel Satyricon e che T. S. Eliot mette in esergo alla Terra desolata: «Che cosa vuoi Sybilla?» le domandano i bambini. «Morire voglio».

di Claudio Gallo

Questo articolo e’ stato originariamente pubblicato da La Stampa, che ringraziamo

In this article

Scrivi un commento