Contro i ricatti dello spregiudicato Renzi, il Pd pensa al voto

In molti temono di rivedere il film del Prodi 2006-2008. Per cui, se dovesse prevalere ancora il cinismo renziano, allora meglio le elezioni.

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Matteo Renzi è l’uomo politico italiano più spregiudicato dai tempi di Bettino Craxi, su questo non vi è dubbio. Forse bisognerebbe ricordargli che Craxi,  il quale guidava un partitino che s’arrogava il ruolo di “ago della bilancia”, dovette scappare in esilio ad Hammamet in Tunisia, latitante e inseguito dai giudici.

Renzi ha cominciato subito a fare quel che tutti pensavano avrebbe fatto, ma molto più in là nel tempo: ogni giorno, senza soluzione di continuità, ricatta – è il termine giusto – la maggioranza del governo quadripartito di cui la sua compagine di transfughi dal Pd, Italia Viva, fa parte e che lui, con Beppe Grillo (altro padre putativo del Conte 2) ha fatto nascere in pieno agosto, approfittando del marchiano errore (ma sarà così?) o autogol di Matteo Salvini.

Nel Pd comincia la via del riscatto e dell’orgoglio?

Ecco perchè nel Partito Democratico, che rischia di essere stritolato dalla morsa renziana, comincia a prevalere una logica nuova da attacco e da orgoglio partitico, non una linea come è stato finora di succube subalternità al senatore di IV che si è portato via 50 parlamentari.  Per cui, se dovessero prevalere ancora cinismo e ricatti allora meglio tornare al voto: il Pd non ha paura. Lo dice uno dei leader storici dei dem, Goffredo Bettini, intervistato da Concetto Vecchio per la Repubblica.

Goffredo Bettini, Renzi continua a sparare sul quartier generale del governo. È preoccupato?

«Non troppo. Renzi nei sondaggi sta tra il 4 e il 5%. È molto attivo perché vuole e ha bisogno di crescere. D’altra parte questo governo avvia un processo politico complesso, mettendo a contatto mondi fino adesso molto diversi ed anche un partito che si è appena scisso dal Pd, la forza fondamentale dell’alleanza. Sono naturali convergenze e conflitti».

Non crede di essere troppo ottimista?

«No, l’importante è che il tutto si svolga in una prospettiva costruttiva, nell’interesse dell’Italia. Se invece dovesse prevalere il ricatto, l’interesse particolare, la manovra cinica e distruttiva, allora occorrerà rispondere con molta chiarezza. Ma non siamo ancora a questo punto».

In molti temono di rivedere il film del Prodi 2006-2008.

«Non credo. Perché, questa volta, chi dovesse rompere pagherebbe un prezzo altissimo. Il ricatto è una tigre di carta. Si vuole tornare al voto? Una sciagura. Ma il Pd è pronto e non ha paura delle urne».

Renzi esercita un’egemonia comunicativa. Come pensate di arginarla?

«La cosiddetta egemonia comunicativa non rappresenta i rapporti di forza reali nel governo e nel Paese. Come ora si gonfia, si può facilmente sgonfiare. Comunque noi marcheremo sempre di più il nostro profilo programmatico ed ideale. Ma il problema non è arginare Renzi. Il problema è frenare la risorgente e nuova destra italiana».

Renzi si deve ignorare? O bisogna rispondergli, come ha fatto Orlando?

«Ignorarlo sarebbe irrealistica iattanza. Concentrarsi in una polemica quotidiana con lui, ingiustificabile subalternità. Renzi è un alleato di governo, di conseguenza apprezzeremo quando dirà cose che riteniamo giuste, altrimenti con serenità cercheremo di far prevalere il nostro punto di vista. Orlando comunque non ha detto che la Leopolda è uguale al Papeete. Ma che gli ultimatum, seppure diversi nel merito, vanno comunque respinti. Non alimentiamo polemiche artificiose».

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