Rivolta M5S contro Di Maio, 65% dei senatori vuole un direttorio

In 70 firmano un documento critico per commissariare il capo politico del Movimento. E si chiede l’intervento del fondatore, Beppe Grillo.

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Se non è un colpo di stato, poco ci manca. Settanta senatori grillini su centotré mettono in discussione – nero su bianco – la leadership di Luigi Di Maio. Le posizioni sono due, ma nel mirino c’è sempre la stessa persona: il ministro degli Esteri. Tanto che c’è chi chiede che venga affiancato da un comitato di 10 compreso Beppe Grillo e chi spinge affinché sia del tutto cancellata la figura del Capo politico dallo statuto del Movimento, per «una condivisione corale delle scelte politiche».

In particolare, il documento uscito ieri dalla riunione di Palazzo Madama mette in discussione i punti 5 e 7 della “costituzione” pentastellata, quelli che parlano del ruolo del Capo politico, figura nata dopo il passo di lato di Beppe Grillo con la conseguente incoronazione di «re Luigi» proprio due anni fa, nella kermesse Italia a 5 Stelle di Rimini. A capeggiare questo Putsch anti-Di Maio un correntone di storici esponenti grillini: da Barbara Lezzi a Nicola Morra, passando per Alberto Airola e Mario Giarrusso. Con loro gran parte dei parlamentari arrivati al secondo mandato, e non solo. Nella lista dei 70 non ci sono però l’ex ministro Danilo Toninelli (ora in corsa per un posto da capogruppo) né la pasionaria Paola Taverna. Entrambi sono ancora fedeli alla linea del Capo, seppur con le rispettive perplessità. Il problema, però, è il resto della truppa, pronta a rovesciare quello che fino a poco tempo fa sembrava uno strapotere intoccabile.

LA FRONDA

L’accelerazione è arrivata ieri pomeriggio quando i senatori hanno chiesto a Gianluca Perilli, vicecapogruppo facente funzione da quando Stefano Patuanelli è diventato ministro dello Sviluppo economico, di far arrivare a Di Maio la richiesta di convocare tutti gli iscritti del M5S su Rousseau. Davanti ai dubbi burocratici sui passaggi interni, si è arrivati alla raccolta di firme: il 70% dei senatori chiede che Di Maio attivi la piattaforma online per mettere subito le mani sullo Statuto. Un vero e proprio assalto al leader pentastellato, in questi giorni negli Usa per l’assemblea generale dell’Onu.

Ma ora i caschi blu servono all’interno del M5S, alle prese con il tormentone scissione, con la rabbia degli esclusi dal nuovo governo per non parlare di coloro che contestano la «linea troppo schiacciata sul Pd». Una santabarbara. Pronta a esplodere. Con una fotografia chiara: il ministro degli Esteri è assediato. «E proprio perché passerà gran parte del tempo fuori dall’Italia non potrà continuare a gestire così il Movimento: serve una svolta. La nostra non è un’iniziativa contro, ma “per”», specifica Emanuele Dessì, che ha presentato il documento.

LA DIFESA

Paola Taverna prova a gettare acqua sul fuoco: «Non c’è nessuna scissione, la tensione è fisiologica quando si riuniscono 100 persone». Anche Barbara Floridia, Mauro Coltorti e Marco Croatti scendono in campo per difendere Di Maio. Ma l’onda della rivolta è lunga. Ecco Giarrusso: «Chiediamo a gran voce un intervento di Beppe Grillo». Da qui a una stoccata nei confronti di Toninelli, candidato capogruppo, il passo è breve: «Danilo deve raccontarci per filo e per segno come mai abbiamo mandato a quel paese 6 milioni di elettori. Finché non chiarisce su quanto successo nell’ultimo anno e mezzo, non abbiamo bisogno di ulteriori ambiguità», è la zampata di Giarrusso, in versione toro scatenato. Ma se il Senato è una pentola in ebollizione senza coperchio, anche la Camera non se la passa meglio. Basti pensare al toto-capogruppo.

Per il ruolo ricoperto da Francesco D’Uva si sono fatti avanti in undici: Emanuela Corda, Sebastiano Cubeddu, Gianfranco Di Sarno, Leonardo Donno, Paolo Giuliodori, Anna Maccina, Pasquale Maglione, Marco Rizzone, Francesco Silvestri, Raffaele Trano e Giorgio Trizzino. Un caos di cordate pronte a scontrarsi tra di loro. Sapendo che ci sarà tempo fino a lunedì per ritirare la candidatura e trattare nuove posizioni nel direttivo. Il vero scontro che si profila all’orizzonte è tra Macina e Silvestri (in tandem con il fichiano Riccardo Ricciardi). Bazzecole rispetto a quanto sta accadendo a Palazzo Madama con i senatori che per la prima volta mettono alla berlina Di Maio. Fantascienza fino a qualche mese fa, proprio come l’accordo con il Pd. Ma tutto, appunto, può succedere. Anche un ritorno di Beppe Grillo che per il momento però ha la mente solo al nuovo tour, al via da marzo.

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1 commento

  1. peter pan

      

    Se non fossero così casaleggio dipendenti, causa penali, minacce neanche tanto velate, farebbero una bella scissione, ma poi a chi dovrebbero rendicontare le caramelle?
    Stendiamo un velo pietoso, tanto ci penseranno i furbacchioni del PD ad appiattirli.